L’ultimo aereo

(Stefano Bonazzi)

Note a margine: le parti in grassetto andrebbero lette da un uomo, le altre da una donna.

Se esci ti ammazzo.

Avanti, dai, prova a mettere un piede fuori casa.

Prima ti chiavo e poi ti ammazzo.

Ti lascio lì, in terra, in mezzo al pattume.

Tanto chi se ne accorge? 

Qui fuori c’è rimasto solo il pattume, ormai.

La puzza del tuo corpo che marcisce non la sentirà nessuno. 

Perché la tua puzza sarà come quella di tutti gli altri.

Mi arrivano tutti i giorni. A qualsiasi ora. Messaggi. Minacce. 

Lo schermo del telefono si illumina e le gambe crollano. Il cuore batte il doppio, il respiro si blocca e qualsiasi cosa io stia facendo non ha più senso. Che poi, di cose importanti da fare, qui, non me ne sono rimaste molte. 

Passo le giornate a cucire. 

C’è questa tovaglia bianca che mi ero portata dalla casa di nonna, prima che accadesse tutto quello che accaduto. Me l’aveva regalata lei perché sapeva quanto mi piacesse. Ha un tessuto leggero e quando nonna la metteva a stendere fuori, il sole ci passava attraverso e, se tirava vento, questa si alzava e ondeggiava tutta, allora io stringevo gli occhi e mi immaginavo che quel tessuto morbido fosse l’ala di un cigno enorme, bianco, bellissimo. 

Nonna è morta dopo l’ultimo annuncio. 

Nessuno me l’ha detto, perché lei abitava da sola ma io ne sono sicura. Prima ci metteva anche dieci minuti a raggiungere il telefono, quando la chiamavo. Una roba comica, del tipo che io lanciavo la chiamata, impostavo il vivavoce e nel mentre mi mettevo a fare altro. Però lei alla fine rispondeva sempre, alzava la cornetta e allora stavamo al telefono delle ore intere e durante tutto quel tempo nonna riusciva sempre a farmi dimenticare quello che stava accadendo fuori e le giornate sembravano più sopportabili.

Adesso, invece, nonna non risponde più e le giornate, io mi sa che a sopportarle ancora, da sola, senza la sua voce a tenermi compagnia, proprio non ce la faccio.


Perché non ti affacci?

Dai.

Mettiti sul balcone come l’altra volta. 

Caccia di fuori anche le zinne, sbattile sul bordo, fai ballare quei capezzoli enormi, spremili sul cemento bollente, fammi vedere di cosa sei capace.

Cosa credi?

Pensi di essere l’unica che si annoia, qui?

Illusa.

Povera illusa.

Siamo tutti nella stessa merda.

Siamo già morti. 

Solo che tu non ci vuoi credere.

Allora te lo spiego io.

Non le senti più le sirene, vero?

È così che funziona, non te l’hanno detto?

Il problema non è quando le senti passare per le strade, le sirene.

No.

Il vero guaio.

È quando, le sirene, per le strade, non le senti passare più.

Quindi dai…

Non essere egoista.

Forza, su…

Fammi divertire ancora.

Solo un altro po’.

È stata colpa mia. Me lo ripeto in continuazione. 

Colpa mia, colpa mia, solo colpa mia. 

Non dovevo affacciarmi alla finestra in quel modo. È stata una distrazione e con le distrazioni ci si muore ma questa cosa che mi è successa, alla fine, sono convinta che me la sono cercata da sola. 

All’inizio, no. 

All’inizio ero convintissima che non io c’entrassi nulla, ma poi, con il passare dei giorni, con tutti i “no” che ho dovuto dire, con tutte le spiegazioni che ho dovuto dare, la mia sicurezza ha iniziato a vacillare.

Ero al telefono con nonna quando hanno dato l’annuncio.

L’ultimo aereo. L’ultimo volo in partenza dall’Italia. 

Dove abito io l’affitto costa poco, proprio per colpa dell’aeroporto. Prima che accadesse quello che è accaduto c’era sempre quel boato di fondo nel cielo… andava e veniva. Di giorno, di notte. Ci ho messo più di un anno per abituarmi. Mi sono imposta di tener duro, mi ripetevo che sarebbe stato solo per qualche anno. Il tempo di laurearmi. Poi sarei scappata da questo posto orribile senza orizzonti. Non riuscivo proprio a capire come una persona potesse comprare casa in un quartiere del genere, dove il cielo è grigio e sembra sempre sul punto di esplodere, dove si ha l’impressione di vivere in mezzo a una specie di temporale perenne.

Poi le scorte di combustibile sono esaurite. I voli hanno iniziato a diminuire. Prima di poco, poi quasi del tutto. Il cielo è diventato silenzioso e certi vicini si sono pure lamentati di tutto quest’improvviso silenzio, gli pareva una cosa quasi “surreale”.

Il silenzio… in cielo… “surreale”.

Le auto si erano già fermate da giorni. Il via vai in aria invece ci ha messo di più ma era comunque questione di giorni, ormai. 

È stata nonna a urlarlo al telefono, quel pomeriggio di una vita fa.

“Giulia! Giulia! L’ultimo aereo! L’hanno detto alla radio che era oggi! E io l’ho sentito! L’ho sentito! E l’ho visto! Proprio adesso! È passato da qui! Vedrai che fra poco passa pure sulla tua testa! Esci! Esci a vederlo bimba mia, che poi, una cosa così, non ti capiterà più!”

Chissà per quanto tempo.

Le avevo dato ascolto.

Mi stavo lavando i capelli mentre ero al telefono con lei, nonna era mezza sorda e gli toccava sempre urlare nel microfono, così io ne approfittavo per fare altro, tirami avanti con le mie cose e quel giorno mi stavo lavando i capelli nel lavandino. Già da mesi mi lavavo a pezzi per risparmiare acqua. Anche il sapone è una cosa che ho imparato a centellinare dopo che è successo. Oggi una saponetta vale quanto una borsa firmata.

Non ci ho proprio pensato. 

Avevo i capelli fradici e mi ero tolta il reggiseno per non rischiare di bagnarlo. Ho lasciato il telefono sulla lavatrice. Sono corsa sul balconcino, che poi “correre” è una parola grossa quando abiti in una stanza di trenta metri quadri… 

Ho aperto la finestra, mi sono affacciata e lui era lassù. 

L’ultimo aereo.

È passato proprio vicino al sole, ho dovuto mettere una mano sulla fronte per vederlo. Mi sono venuti gli occhi umidi, forse era solo l’acqua che scendeva dai capelli o forse era l’emozione per essere davanti a qualcosa che poi non ci sarebbe stato più. Il nodo in gola per sentirsi così piccoli, minuscoli, sotto quel prodigio di tecnologia che prima ci sembrava tanto scontato e poi, all’improvviso, è diventato una cosa irraggiungibile, lontanissima. Io che trascorrevo le notti a cercare offerte lowcost per i fine settimana. Io che mi ero imposta di visitare tutte le capitali d’Europa, anche solo per una toccata e fuga, perché con le offerte che c’erano prima, nella vita passata, sarebbe stato un peccato non approfittarne. Sarebbe stato imperdonabile, vergognoso, inaccettabile. E così quel giorno stavo guardando quell’ultimo aereo e mi sembrava qualcosa di bellissimo e devoto. Come un rito religioso. Come mettersi a guardare un animale imponente e mitologico che se ne stava lassù e mi degnava per l’ultima volta della sua immensa presenza.

E poi lui mi ha visto.

Da qualcuna di quelle finestre. Io che guardavo in alto e lui che guardava me. Da una di quelle duecento finestre che si affacciano sul mio balconcino.

Mi ha visto e ha deciso che sarei stata io.

Tanto il cibo fra poco lo finisci.

Quante scorte ti sono rimaste in quel buco lercio?

Poi che farai?

Ti ciberai di aria?

Ti farai lanciare delle scorte dal cielo. Come i militari nella giungla? 

Ah, giusto. No. Quelli non volano più. Non passa più nessuno da lassù. Nemmeno i droni.

Quindi dai, non tirartela troppo.

Tanto già ci conosciamo, sennò come farei ad avere il tuo numero? 

Non te lo sei chiesta?

Vedi che succede a fare la troietta.

Prima ve ne andate in giro mezze nude e poi vi lamentate.

Ma ora smettila di piangere.

Te l’ho già detto.

Non verrà nessuno.

Siamo rimasti pochi.

Troppo pochi.

E chi l’ha detto poi, che sopravvivono solo i migliori?

Quindi basta… mi son stancato di aspettare.

Basta.

Non sto più nella pelle.

Quindi ora mettiti su quel cazzo di balcone, tanto sono morti tutti ormai.

Non ci sarà nessun altro a guardarti.

Siamo rimasti solo io… e te.

Quindi ora mettiti là sopra, apri le gambe e lascia cadere le mutande.

Sennò vengo la notte a prenderti a calci la porta.

Te lo giuro su Dio.

Vengo ogni notte. 

E tiro calci. 

Un calcio… 

due calci… 

tre calci…

Ogni, cazzo, di notte.

Finché non la sfondo.

Ho perso il conto delle volte in cui ho chiamato la questura. 

Ho perso il conto delle volte in cui ho dovuto spiegare quello che mi stava succedendo. 

Ho perso il conto delle volte in cui loro non hanno capito. 

Ho perso il conto dei “no”.

“Signorina, ma lei lo conosce?”

No.

“Signorina, ma lei l’ha mai provocato?”

No.

“Signorina, ma lui le ha messo le mani addosso?”

No.

E poi le solite frasi sul fatto che non c’era tempo, non c’erano prove, non c’erano pattuglie da poter dedicare all’ennesimo caso di stalking mentre la gente moriva per le strade.

“Lei però si segni bene tutto, mi raccomando. Tenga traccia dei messaggi. Di tutto quello che le dice.”

Alla fine non ha più risposto nessuno.

Però io ho fatto come mi hanno detto. 

Ho iniziato a segnarmi tutto quello che mi mandava. Tutte le frasi. 

Ho cucito ogni singola parola sulla tovaglia di nonna, quella bianca e leggera. Quella che stendevamo per fare la pasta fresca. 

Mi piaceva il suo tessuto, mi piaceva la resistenza di quelle cuciture riprese, con i solchi spessi come delle vene, ci si annidava sempre la farina, o qualche pezzetto d’impasto. 

Questa cosa mi ha aiutato a far passare il tempo. 

Ho usato un filo rosso, perché sul bianco risalta che è una meraviglia, però adesso sulla tovaglia non c’è rimasto più spazio. 

È tutta rossa.

È più resistente.

Quelle parole l’hanno resa più resistente.

È perfetta per farci un nodo.

Legarla alla ringhiera del balconcino.

Fare un altro nodo attorno al mio collo.

E lasciarmi andare.